Omicidio Amato, la chiave per capire Bologna

Ore 8.05 del 23 giugno 1980. Alla fermata dell’autobus 391, all’altezza di viale Ionio 272, a Roma, un unico colpo di pistola calibro 38 special uccide Mario Amato, sostituto procuratore della capitale. Almeno due uomini, secondo le ricostruzioni dell’epoca, si erano appostati nei pressi della fermata dell’autobus almeno mezz’ora prima dell’arrivo del magistrato. Quando Mario Amato si avvicina viene seguito da Gilberto Cavallini, militante dei Nar, che esplode un unico colpo quasi a contatto sulla nuca. Un secondo membro del commando, Luigi Ciavardini, era su una motocicletta pronta per la fuga, tenuta con il motore acceso.

Poco dopo le 9 del mattino appaiono alcune rivendicazioni false delle Brigate rosse. Poi, alle 12, alla redazione romana di Paese sera arriva la rivendicazione dei Nar. Il giorno dopo alle 11.30 Repubblica riceve una seconda telefonata dal gruppo di terroristi neofascisti, che danno indicazioni per ritrovare un volantino in via Capo Felice. Il documento era intitolato: “Nar: Chiarimento”. 

Nella rivendicazione non vi era nessuna giustificazione politica. Appariva, però, come una sorta di manifesto del gruppo: “Per conseguire questi obiettivi non c’è bisogno né di covi né di grandi organizzazioni: tre camerati fidati e buona volontà bastano. E se tre ce ne sono né bastano, e non ci dite che non ci sono due camerati fidati! Ma, se anche fosse il nostro compito è di continuare a cercarli, o, se necessario, crearli. CREARE LO SPONTANEISMO ARMATO”. Nel documento i Nar fornivano poi dettagli sull’agguato, non ancora resi pubblici (l’utilizzo di una postola 38 special con proiettile cavo e il nome del proprietario della moto rubata e il luogo della rapina del mezzo).

La prima pagina di Stampa sera del 23 giugno 1980

Cocaina & Calibro 38

Il 10 luglio 1980 un agente di Polizia trova per caso un gubbino avana in via Garibaldi a Roma, in pieno centro. All’interno vi erano due bustine di cocaina pura, 18 proiettili di calibro 38 special, con punta cava e un foglio con una piantina. Era la mappa di un immobile militare, il “primo deposito centrale dell’aeronautica militare” di Monte Rotondo scalo. Nel gubbino c’era un certificato anagrafico intestato ad Amedeo De Francisci – esponente dei Nar – e quattordici fotografie formato tessera di Valerio Fioravanti.

Subito l’attenzione degli investigatori si concentra sulla mappa del deposito di Monte Rotondo. In pochi giorni scoprono che proprio presso quell’edificio dell’Aeronautica militare era stata custodita la moto utilizzata per l’agguato. Era dunque evidente che gli attentatori poteva contare su complici all’interno delle forze armate, qualcuno in grado di farli entrare ed uscire senza controlli da quel deposito dell’Aeronautica militare.

Mentre le prime indagini proseguivano, i Nar preparavano l’attentato alla stazione di Bologna. Gli stessi protagonisti, la stessa cellula terroristica, come dimostreranno i processi.

Il primo responsabile dell’agguato mortale a Mario Amato fu individuato nel gennaio 1981, quando  il Giudice istruttore di Bologna – Tribunale a cui la Corte di Cassazione aveva affidato il fascicolo il 30 agosto 1980 – emette un mandato di cattura contro Gilberto Cavallini. Le sentenze successive dimostreranno che fu lui l’esecutore materiale dell’omicidio. A febbraio viene arrestato a Padova, dopo un conflitto a fuoco, Valerio Fioravanti; ad aprile anche il fratello Cristiano viene individuato e fermato. Già dal primo interrogatorio decide di collaborare, portando all’incriminazione di Francesca Mambro, Giorgio Vale, Luigi Ciavardini, Pasquale Belsito e Stefano Soderini, come membri dei Nar.

Il 15 ottobre 1982 viene arrestato Walter Sordi. Un passato in Terza posizione, passato poi ai Nar, Sordi decide di collaborare, raccontando nei dettagli la preparazione dell’agguato a Mario Amato. Davanti ai magistrati dichiarerà che l’esecutore materiale dell’omicidio fu Gilberto Cavallini, aiutato nella fuga da Luigi Ciavardini, alla guida della moto.

Mario Amato
Il pubblico ministero Mario Amato

Perché Amato?

Nelle motivazioni della sentenza di primo grado di condanna di Gilberto Cavallini, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Paolo Signorelli (Luigi Ciavardini verrà processato e condannato dal Tribunale dei minori, essendo diciassettenne all’epoca dei fatti; Paolo Signorelli verrà successivamente assolto in sede di rinvio dalla Cassazione alla corte di Appello di Firenze), i giudici della corte di Assise di Bologna evidenziano le motivazioni dell’omicidio, partendo dalle dichiarazioni di Cristiano Fioravanti. Il fratello di Valerio, il terrorista dei Nar che verrà poi condannato in via definitiva anche per la strage di Bologna, aveva dichiarato in uno dei primi interrogatori: “Amato si era in pratica limitato ad interrogare persone già finite in galera per altro motivo, per tentare di collegarne le azioni”. Cristiano Fioravanti riferiva questo circostanza come motivazione di una prima “assoluzione” del giudice da parte dei Nar, quasi ad evidenziarne la “non pericolosità” per l’organizzazione. In realtà questo passaggio è essenziale e va messo a confronto con quanto lo stesso magistrato aveva dichiarato al CSM il 28 marzo e il 13 giugno 1980: “Proprio a causa della mia attività mi consta che Ordine nuovo si è rimesso in movimento e che tenta, così come ha già tentato in passato, degli abboccamenti con l’autonomia. Ritengo che tale tentativo, pur non avendo avuto ancora successo, sia serio. Ho altresì motivo di ritenere che alcuni attentati che vengono attribuiti a soggetti di sinistra non siano in realtà di tale matrice. Mi preoccupa altresì che alcuni elementi di destra molto pericolosi siano scomparsi così come sembra scomparsa l’organizzazione che operava sotto la sigla MRP. Dato che si tratta di elementi molto pericolosi, che non demordono, ho motivo di ritenere che continuino a lavorare camuffati. Non per niente ci sono delle disposizioni di Ordine nuovo che dicono che bisogna camuffarsi, cambiare sigle, allearsi agli autonomi”. Elementi che, come vedremo, descrivevano in profondità il cambiamento in corso dell’area della destra eversiva.

La sigla MRP (Movimento Rivoluzionario Popolare, un gruppo armato ricollegabile all’estrema destra, fuoriuscito nel 1979 da Costruiamo l’azione) aveva rivendicato nel 1979 quattro attentati. Su questo snodo storico molto importante Amato aveva commentato davanti al CSM: “Queste operazioni vengono compiute da persone che, da anni e anni, si battono per un certo tipo di ‘ordine nuovo’. Io parlo di tipi come Freda, come Signorelli, come Concutelli, come Saccucci, come Ventura (che ormai è sparito) e cioè di un ambiente di cui soltanto alcuni sono detenuti. Io ho le prove, per esempio, dell’attività che continuano a svolgere tipi come Tuti e come Concutelli. Si tratta di un’azione di pressione nei confronti dell’ambiente giovanile e del Movimento sociale”. Tenete bene a mente queste parole.

I Nar, da parte loro, cercarono sempre di sminuire la portata investigativa delle inchieste di Mario Amato, arrivando a degradare la sua figura di magistrato. Così Francesca Mambro dichiarò in un interrogatorio il 9 giugno 1982: “Fra i nemici che sono stati uccisi, peraltro di serie B, può annoverarsi il sostituto Amato, nemico perché perseguitava la destra, ma di serie B, perché indagava in direzioni sbagliate, anzi non era una cima di intelligenza”. Anche Valerio Fioravanti sottolineava questa tesi: “Amato non aveva capito nulla di ciò che stava accadendo, considerandoci masse di giovani strumentalizzate. Lui divenne da noi odiato proprio per il suo modo di pensare nei nostri confronti”. 

Il vero volto dei Nar

Il vero spettro per i Nar è sempre stato quello di essere considerati come uno degli ingranaggi di un sistema eversivo più ampio, nato nell’epoca della strategia della tensione, ma proiettato oltre il 1975. Uno snodo che ha visto la convergenza di interessi della P2 di Licio Gelli, di apparati dello Stato (i servizi militari, l’arma dei Carabinieri, che avevano alcuni ufficiali di peso membri della Loggia massonica scoperta con la perquisizione di Castiglion Fibocchi del 17 marzo 1981) e di pezzi della politica di destra italiana. L’utilizzo dell’espressione “spontaneismo armato”, frase riportata in maiuscolo nel documento di rivendicazione dell’agguato a Amato, puntava a questo: descrivere i Nar come una sorta di banda disorganizzata, in grado di compiere azioni eclatanti ma senza un piano politico definito. Questo sarà il punto chiave della difesa di Mambro e Fioravanti anche durante il processo della strage di Bologna. E questo è ancora oggi uno degli aspetti ancora da chiarire fino in fondo della scia di sangue e morti a cavallo tra gli anni ’70 e ’80.

Lo spontaneismo armato e l’eredità del passato

Per interpretare correttamente l’omicidio Amato occorre prima di tutto disegnare il contesto storico della fine degli anni ’70. Tra il 1973 e il 1975 lo Stato italiano per la prima volta reagisce, anche duramente, all’eversione stragista della destra neofascista. Dopo piazza Fontana, dopo piazza della Loggia a Brescia e dopo l’Italicus le stragi indiscriminate erano divenute insopportabili per l’opinione pubblica. Nel 1973 viene colpita una delle organizzazioni più importanti della destra europea, il movimento politico Ordine nuovo, nato nel 1969 dall’omonimo centro studi. Il ministro dell’interno ne decreta lo scioglimento. Nel 1974 si svolgono alcuni importanti inchieste giudiziarie sui tentativi di Golpe. E, infine, nel 1975 a Roma inizia il processo contro gli esponenti di Avanguardia nazionale. Sembrava finalmente rotto quel patto con parti dello stato, asse fondamentale che aveva garantito – all’epoca di piazza Fontana – coperture e alleanze. Simbolicamente – e tragicamente – la rottura dell’alleanza della strategia della tensione è sancita con il sangue, con l’omicidio del magistrato Vittorio Occorsio, ucciso il 10 luglio 1976. 

La destra eversiva da quel momento cerca di rimodellare la propria immagine. Non più – apparentemente – un coacervo di golpisti e stragisti, ma un “movimento” che si contrapponeva non alla sinistra e al comunismo (almeno a livello strategico), ma allo Stato borghese. Scrivono i magistrati della Corte di Assise di Bologna nella sentenza per l’omicidio Amato: “Venuta meno la solidarietà ideologica con la conservazione e la tacita alleanza con gli apparati, le strutture repressive divengono il nemico naturale”. 

Dal 1976 in poi l’area della destra eversiva si popola di sigle nuove, spesso legate ad una sola azione. Una galassia frastagliata, apparentemente caotica. Pur non essendo mai stata dimostrata – dal punto di vista giudiziario – l’esistenza di una unica centrale, i magistrati di Bologna evidenziano come sia “un dato costante la presenza, in posizione di rilievo, di personaggi che, prima dell’erosione e del progressivo sfaldamento delle relative organizzazioni, erano militanti di primo piano del Movimento politico Ordine nuovo e di Avanguardia nazionale”. Una continuità legata ai vecchi – e pessimi – maestri del neofascismo italiano. 

Il biennio della svolta, 1975/1976

Il mutamento e il trasformismo della destra eversiva inizia in concomitanza con le indagini svolte da Vittorio Occorsio. Nel 1975 – un anno prima della sua morte – appare in Italia la sigla “Lotta popolare”. E’ l’esordio di quella galassia neofascista che arriverà ai Nar pochi anni dopo. Il 28 novembre di quell’anno sui muri di Roma appare un manifesto, firmato MSI – Lotta popolare sezione Prenestino, dove di condannava il “sistema borghese”, il “collettivismo marxista” e si inneggiava allo “Stato organico” e all’”Europa nazione”. Promotori erano Paolo Signorelli e il professore Guida. Lotta popolare, raccontò anni dopo Aldo Tisei, collaboratore di giustizia, era nata da membri di Ordine nuovo – come Signorelli – per canalizzare il malcontento della base della destra neofascista, su basi spontaneistiche. 

Paolo Signorelli ha ricostruito, dal suo – necessariamente parziale – punto di vista quel biennio di transizione. Il suo racconto è riportato nella citata sentenza sull’omicidio Amato: “Nei primi mesi del 1975 l’esperienza giustizialista si conclude. Non esiste più un riferimento organizzativo ordinovista. I dirigenti di ordine nuovo sono latitanti all’estero. I pochi gruppi non disintegrarsi devono affrontare problemi logistici e di sicurezza spesso irrisolvibili. Clemente Graziani, estremamente preoccupato per quanto va verificandosi in Italia, riesce a stabilire un contatto con me ed ancora una volta mi chiede di aiutarlo a rimettere ordine della situazione italiana. Io gli dico con tutta franchezza che, a mio avviso, l’esperienza storica ordinovista deve considerarsi conclusa, che sono mutate le condizioni per una lotta politica rivoluzionaria, che non esistono oltretutto né uomini né mezzi per riproporre, in clandestinità, la ricostituzione di ordine nuovo. Poiché rimaneva il problema di preservare le residue forze ordinoviste dai pericoli delle provocazioni e dalle tentazioni di uno spontaneismo armato senza sbocchi e quindi suicida, feci presente a Graziani che l’unica soluzione la si poteva rinvenire nell’inserimento degli ordinovisti in una organizzazione legalmente operante. Fatta esclusione per il MSI rimaneva da prendere in considerazione avanguardia nazionale”. E’ un passaggio chiave. Nel 1975 Stefano Delle Chiaie e Clemente Graziani avviano un tentativo di fusione dei due principali movimenti dell’area della destra eversiva, ON e AN. Nel settembre di quell’anno in una villa di Albano Laziale, alle porte di Roma, si tiene una prima riunione, con la partecipazione di Pierluigi Concutelli, il terrorista nero che meno di un anno dopo ucciderà il magistrato Vittorio Occorsio. Una seconda riunione per la fusione dei due gruppi si terrà a Nizza, nel dicembre del 1975. 

Partendo dalle date appare evidente una curiosa coincidenza: lo sviluppo di Lotta popolare, promossa proprio da Signorelli, avviene in concomitanza delle riunioni di Albano e Nizza, e si prolunga fino all’omicidio Occorsio. Lotta popolare, evidenziano i magistrati bolognesi, era in fondo il contenitore giusto per accogliere i militanti dei due movimenti, Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, e “della base dissidente (…) che era possibile utilizzare come veicolo di contatto (o addirittura di infiltrazione) nei confronti del MSI”. Nel 1976, con l’omicidio Occorsio ed altre azioni violente, c’è un evidente passaggio all’azione militare da parte dell’area della destra eversiva. In questo contesto si inserisce un’altra sigla, i GAO (Gruppo di azione ordinovista), creata da Pierluigi Concutelli. Il progetto – racconta Tisei – era far “confluire (nel gruppo) oltre a coloro che del settore militare di un nuovo, Anche i nuovi elementi”.

L’intuizione di Amato

Nel 1977 nasce una terza sigla, “Costruiamo l’azione”. Paolo Aleandri – collaboratore di giustizia arrestato nel 1981 – ha così ricostruito la nascita del gruppo: “Dopo l’arresto di Concutelli, da parte di taluni si sentì esigenza di ricomporre l’ambiente sia sotto un profilo di struttura che sotto quello politico. Quanto alla struttura, Con gli arresti conseguiti omicidio del giudice Occorsio era stata notevolmente intaccata; quanto alla linea politica si sentiva l’esigenza di rivitalizzare in una nuova chiave ordine nuovo, disancorando il movimento Dalle posizioni dei capi storici all’epoca latitante all’estero E che venivano riguardarti spesso dalla base con disistima perché si mantenevano all’estero con i fondi che venivano dall’Italia anche attraverso l’autofinanziamento”. La struttura – racconta Aleandri – fu decisa in una riunione nella Sabina dove si discusse della linea politica e della copertura da dare al gruppo clandestino. Con lo stesso nome nacque una testata, che divenne il veicolo per coagulare gruppi di persone apparentemente autonomi. L’esperienza di Costruiamo l’azione rompe anche la tradizione dell’organizzazione monolitica, ritenuta un retaggio del passato da superare, introducendo anche il concetto di una élite, che si affiancava ad un progetto eversivo in grado da muoversi dal basso. Un sistema che viene definito la “strategia dell’arcipelago”. Secondo la Corte di Assise di Bologna il “frutto evidente di questa logica sono in quattro puntate della primavera del 1979 ai danni del Campidoglio, del carcere di Regina Coeli, il consiglio superiore della magistratura E del Ministero degli Affari Esteri”. Azioni firmate dal M.R.P., sigla che apparve solo in occasione di questi quattro attentati. 

Mario Amato aveva perfettamente intuito la complessità di quel momento storico, individuando il ritorno della sigla di Ordine nuovo dietro quell’arcipelago apparentemente frastagliato. E’ dunque evidente, nonostante le parole – a volte sgradevoli – di Mambro e Fioravanti, che il magistrato fosse divenuto un pericolo per l’area della destra neofascista, proprio per aver intuito quel cambiamento di pelle, che però nascondeva i legami con le organizzazioni storiche dell’eversione nera.

(fine prima parte, segue)

Dossier “Bologna 40 anni”

Dall’omicidio di Mario Amato fino alla strage di Bologna

Dal 17 giugno al 30 agosto su Memoriattiva approfondimenti, documenti inediti e dossier sui Nar e sull’anno drammatico dell’eversione nera

Un lavoro giornalistico, un progetto di archivio

Leave a Reply