Strage di Bologna. Perché la pista Carlos è una bufala

Da mesi una vasta area riconducibile – con diversi gradi – alla destra sta riproponendo la cosiddetta «pista palestinese» o, con altre sfumature, l’ipotesi Carlos per la strage di Bologna. Si tratta di teorie nate durante il primo processo contro Valerio Fioravanti e Francesca Mambro che, per escludere la responsabilità dei neofascisti dei Nar, indicano due scenari alternativi. Il primo, sponsorizzato da Francesco Cossiga con un’intervista al Corriere della Sera (poi in buona parte smentita) indica come ipotetici responsabili i palestinesi del fronte di George Habbash, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP); duplice, in questo caso, l’ipotesi: o una esplosione accidentale durante il trasporto di esplosivo, oppure una vendetta palestinese per l’arresto del giordano Abu Anzeh Saleh e di tre esponenti di Autonomia Operaia, sorpresi durante il trasporto di due missili terra-aria Sam 6 Strela ad Ortona nel novembre 1979. Questo scenario, a sua volta, si incrocia con una seconda ipotesi proposta dai negazionisti della responsabilità neofascista, che vede come mandante e organizzatore il terrorista Carlos e la sua organizzazione Separat, legata, a sua volta, al FPLP di Habbash. Secondo le ricostruzioni alternative alla verità giudiziaria ormai consolidata – che, ripetiamo, puntano sostanzialmente a togliere il peso della strage all’area neofascista – la strage di Bologna potrebbe essere stata organizzata dal gruppo Carlos e dal FPLP, come ritorsione per l’arresto di Saleh: i palestinesi si sarebbero così vendicati per il mancato rispetto di un presunto accordo tra l’Italia e l’Olp (il cosiddetto Lodo Moro) che prevedeva la sospensione degli attentati nel nostro paese in cambio della impunità per i terroristi.

Tesi, come vedremo, ampiamente smentite dalle indagini della polizia giudiziaria italiana (soprattutto i carabinieri del ROS), su delega della magistratura bolognese. Eppure riproposte anche in questi mesi, attraverso un fumetto prodotto dalla casa editrice Ferrogallico. Una sorta di fuoco di sbarramento, messo in atto mentre la Procura generale di Bologna sta per chiudere l’inchiesta sui mandanti, sui finanziamenti e sui depistaggi. Un crocevia dove si intrecciano eversione nera, l’entourage pidduista di Licio Gelli e parti dello Stato, in un copione ormai consolidato.

La commissione Mitrokhin

La tesi sostenuta in questi giorni con forza dalla destra – e da un’area più ampia che include alcune testate giornalistiche e un gruppo di parlamentari – si basa sostanzialmente sulla relazione finale della commissione d’inchiesta sul «Dossier Mitrokhin», presentata al parlamento nel 2006.

Il capitolo quarto del documento è dedicato a Carlos, alla vicenda dei missili di Ortona, alla strage di Bologna (rivisitata) e al cittadino tedesco Thomas Kram, presente nella città emiliana il giorno della strage.

L’istruttoria della commissione si è basata soprattutto sulla documentazione acquisita attraverso alcune rogatorie in Francia, Ungheria e Romania.

Secondo la ricostruzione della commissione parlamentare d’inchiesta il gruppo Carlos negli anni ‘70 avrebbe costruito una stretta alleanza con alcuni gruppi eversivi tedeschi, ed in particolare con le «Cellule rivoluzionarie» (RZ).

Il volto di Carlos Ramirez Sanchez, detto lo Sciacallo
Fonte: wikipedia

Carlos, si legge nella relazione, dal 1978 al 1981 sarebbe stato gestito, a sua volta, dai servizi dei paesi del blocco sovietico, ed in particolare dal Ministerium fur Staasicherheit della DDR (in sigla MFS). In quello stesso periodo il gruppo terroristico era sottoposto ad una costante attività di intercettazione, controllo e pedinamento da parte dei servizi ungheresi. 

L’organizzazione di Carlos era, dunque, strettamente vigilata: sorveglianza fisica dei membri, intercettazioni telefoniche, perquisizioni clandestine, sequestri di materiale, utilizzo di fonti confidenziali. E’ bene dire subito che, nonostante la mole di informazioni presenti, in nessun documento proveniente dagli archivi dei servizi del blocco sovietico – stando a quanto riportato dalla stessa commissione – è presente un riferimento diretto alla strage di Bologna.

Tralasciando i dettagli sull’organizzazione di Carlos e sul trasporto dei missili sequestrati ad Ortona, è bene riportare il punto focale che – secondo la commissione Mitrokhin – legherebbe quella vicenda alla strage di Bologna.

Il trait-d’union è il tedesco Thomas Kram.

Thomas Kram

Nato a Berlino nel 1948 viene indicato dal MFS della Germania orientale come «membro a pieno titolo» del gruppo Carlos. Secondo la Stasi Kram avrebbe conosciuto l’organizzazione terroristica legata al FLPL alla metà del 1979. Kram sarebbe poi strettamente legato a Christa-Margot Frohlich, militante storica del gruppo Carlos, fermata nel 1982 a Roma con una borsa contenente esplosivo.

Gli accertamenti realizzati dalla Digos di Bologna hanno stabilito che Kram aveva dormito nella notte tra l’1 e il 2 agosto 1980 presso l’hotel Centrale di Bologna, esibendo come documento una patente d’auto autentica. Un dettaglio da tenere presente.

Kram – si legge nella relazione – era strettamente sorvegliato dalle autorità antiterrorismo tedesche ed italiane fin dal 24 agosto 1977. Il 7 novembre 1979 uno specifico alert era stato inviato a tutte le Questure, su richiesta del BKA, dove veniva indicato quale “sospetto terrorista tedesco militante delle Cellule Rivoluzionarie”. Dal 12 maggio il nome di Kram è inserito nella Rubrica di frontiera con richiesta di perquisizione e vigilanza in caso di controllo doganale

Kram arriva in Italia il 1° agosto 1980, passando la frontiera a Chiasso. Viene fermato e perquisito, i documenti nella sua borsa vengono fotocopiati. Al momento del transito – avvenuto attorno a mezzogiorno – dichiara di essere diretto a Milano. Dal 7 agosto, cinque giorni dopo la strage, iniziano delle indagini – definite dalla stessa commissione “intense” – su Kram da parte delle autorità italiane. Quella pista, dunque, viene sviluppata immediatamente dopo l’esplosione della bomba. 

Le conclusioni della commissione Mitrokhin

La commissione d’inchiesta, nelle conclusioni della relazione del 2006, adombra una responsabilità di Kram e del gruppo Carlos nella strage di Bologna. Elementi ancora oggi utilizzati da chi sostiene l’estraneità dei neofascisti nell’organizzazione della strage di Bologna:

  • Vi sarebbe stato un accordo tra governo italiano e palestinesi dal 1974 al 1979, per evitare attacchi terroristici nel nostro paese (il cosiddetto “Lodo Moro”)
  • Il sequestro dei missili Sam-7 Strela a Ortona è stato considerato dai palestinesi una violazione del patto
  • Il mancato rilascio del palestinese Saleh e la mancata restituzione dei missili potrebbero essere stati interpretati dal FLPL come un atto ostile
  • Il governo italiano è stato oggetto di pressioni da parte dei palestinesi
  • Il 1° agosto entra in italia Kram, legato al gruppo Carlos, alleato a sua volta con il FLPL
  • Il 2 agosto scoppia la bomba a Bologna
  • Secondo Carlos – che nel 2005 rilascia un’intervista al Corriere della Sera – Kram si sarebbe allontanato dalla stazione pochi istanti dopo l’esplosione

Cosa non torna

Il 24 luglio 2006 Il Ros di Bologna conclude l’attività di indagine e di analisi sull’ipotesi Kram. Tutti gli elementi proposti nella relazione – presentata in parlamento nel marzo 2006 – vengono attentamente analizzati dai magistrati. Primo elemento da tener, dunque, presente: la pista palestinese è stata accuratamente valutata dalla Procura e dal Tribunale di Bologna. E sono molti gli elementi che non tornano: alla fine dell’istruttoria i magistrati hanno archiviato il fascicolo, ritenendo assolutamente inconsistenti gli elementi raccolti dalla commissione parlamentare.

Il primo elemento che non torna riguarda proprio Kram. Come già detto il tedesco era sottoposto a stretta vigilanza, tanto che appena cinque giorni dopo l’esplosione della bomba la Digos di Bologna raccoglie elementi su di lui. Appare dunque perlomeno curioso che un gruppo internazionale come quello di Carlos utilizzasse un elemento a rischio, sapendo che sarebbe stato fermato e controllato alla frontiera, come di fatto è avvenuto.

Secondo elemento: Thomas Kram era il falsario del gruppo, specializzato nel preparare documenti contraffatti. E’ improbabile che per un’operazione così complessa e pericolosa – la peggiore strage in Europa – Kram decidesse di utilizzare il suo vero nome e i suoi documenti legittimi. La spiegazione fornita dalla commissione parlamentare – il gruppo Carlos avrebbe preferito non utilizzare documenti falsi per non creare sospetti – appare quantomeno bislacca e, in ogni caso, in contraddizione con quanto sappiamo sul funzionamento dell’organizzazione.

Terzo elemento, il “Lodo Moro”. Anche ammettendo le pressioni da parte del FPLP sul governo italiano per il rilascio di Saleh – questo sarebbe il contenuto dei documenti ancora coperti da segreto citati dai parlamentari di Fratelli d’Italia per chiedere la riapertura delle indagini o almeno una commissione parlamentare – appare incomprensibile la scelta dell’obiettivo, che nulla ha a che vedere con la strategia terroristica palestinese dell’epoca. Gli armamenti sequestrati, i massimi Sam, non erano di certo un carico altamente strategico. In ogni caso la collaborazione tra i palestinesi e l’Italia – almeno a livello diplomatico – proseguirà anche dopo il 2 agosto 1980. Una scelta assolutamente inconciliabile in caso di strage, con 85 morti, compiuta dall’FPLP. Si legge infatti sul sito della rappresentanza palestinese in Italia: “Successivamente, nel 1980 l’Italia si impegnò nella dichiarazione di Venezia della Comunità Economica Europea (CEE) con la quale i Paesi Membri riconoscevano l’OLP come interlocutore politico. E negli anni ’80 il sostegno dell’Italia alla causa palestinese crebbe visibilmente”. In una intervista a La Stampa del 2017, Bassam Abu Sharif esponente di punta del FPLP, conferma il proseguimento dei buoni rapporti tra Italia e il gruppo di Habbash dopo il 1980: “(Il patto, ndr) E’ stato sempre rispettato. Poi col tempo le relazioni sono diventate politiche, abbiamo iniziato a dialogare su piani diversi, parlavamo con Andreotti, Craxi. Tenete conto che nel frattempo c’è la dichiarazione di Venezia nel 1980 con il riconoscimento dell’Olp che ci permette di aprire 50 uffici palestinesi del mondo, dobbiamo quell’accordo all’Italia”. Nella dichiarazione di Venezia del giugno 1980, è detto esplicitamente che il “popolo Palestinese, che ha coscienza di esistere in quanto tale, deve essere mes­so in grado, mediante un processo adeguato definito nel quadro della soluzione globale di pace, di esercitare appieno il suo diritto alla autodeterminazione “. Aggiunge Sharif: “Furono gli italiani a mandarci informazione dell’invasione in Libano nel 1982”. Una collaborazione inimmaginabile se vi fosse stato anche solo il sospetto del coinvolgimento dei palestinesi nella strage di Bologna. 

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