Strage di Bologna. I servizi: “Fermate quel giudice”

Il boato dell’esplosione e l’immagine degli 85 morti avevano come paralizzato Bologna, la città simbolo di quella parte del paese ostinatamente antifascista. Era il 1983, lo squarcio sul muro della sala d’aspetto di seconda classe della stazione era l’immagine di una ferita ancora più profonda rispetto alla bomba del 2 agosto. Il paese, in quel momento, appariva rivoluzionato. Il primo governo socialista della storia italiana, guidato da Bettino Craxi. La loggia P2 oggetto di una commissione parlamentare d’inchiesta, i legami – profondi, radicati – del sistema Gelli che emergevano giorno dopo giorno sulle prime pagine dei giornali. Eppure la via per arrivare alla verità sulla peggiore strage del dopoguerra era tortuosa, con insidie dove meno te le aspetti.

Capire quella strage. Questo avevano in mente i magistrati bolognesi. Da una parte si delineava, lentamente, il quadro ideologico politicamente cinico e disumano della destra stragista, alimentato dagli ideologici d’area, nascosto dietro il farlocco “spontaneismo armato” dei Nar. “Disintegrare il sistema”, proclamava dal 1969 Franco Freda, che di bombe se ne intendeva. Ma non bastava per sciogliere la sciarada di quell’attentato. Quella stessa loggia P2 scoperta a Castiglion Fibocchi due anni prima era il magma grigio dove la destra eversiva si nutriva. Soldi, potere, contatti. E c’era un terzo elemento, un nemico interno per chi conduceva le indagini. Era la sicurezza militare dello stato italiano, il Sismi, erede di quella tradizione di “strategia della tensione” sviluppatasi dalla fine degli anni ’50 in poi, concepita all’interno dei circoli riservati, tra Roma e Washington. Colonnelli e generali, alleati con il sistema P2, come scopriranno le indagini.

1983, sulle tracce di Bellini

L’ufficio istruzione del Tribunale di Bologna, nel settembre 1983, era sulle tracce di un uomo chiave già da qualche mese. Paolo Bellini, originario di Reggio Emilia, conosciuto come “l’aviere” nel mondo nero, autore dell’omicidio del giovane militante di Lotta Continua Alceste Campanile, militante di Avanguardia nazionale, con la passione per i furti di mobili antichi. Indagato, poi prosciolto, oggi riapparso come imputato nel nuovo filone della Procura generale di Bologna, era entrato nelle indagini già 40 anni fa. Già il 7 agosto 1980 una nota Digos lo indicava come presente sul luogo dell’attentato, in fuga subito dopo l’esplosione. Poi, alla fine del 1982, entra ufficialmente nei rapporti della polizia giudiziaria. Da allora il suo nome ha attraversato più di un mistero d’Italia, apparendo nelle indagini sulla Trattativa Stato-mafia. Non era facile trovare elementi in quel 1983, riallacciare i fili che lo legavano alla cupola eversiva dei neri. Fuggito in Brasile, era tornato in Italia con un passaporto falso ed una nuova identità. L’America Latina in quegli anni era il vero Eldorado per l’estrema destra: Stefano Delle Chiaie operava con il boia di Lione Klaus Barbie per il governo del dittatore boliviano Mesa. Clemente Graziani e Elio Massagrande, il vertice di Ordine nuovo, da anni godevano della protezione di Alfredo Stroessner, il sanguinario caudillo del Paraguay, vero paradiso dei gerarchi nazisti.

La richiesta di aiuto a Craxi

Il 21 settembre del 1983 il giudice istruttore Vincenzo Luzza aveva capito l’importanza di quella rete di contatti. Sapeva che solo il Sismi avrebbe potuto ricostruire il mondo latinoamericano di Bellini. Prende carta e penna e scrive una lettera accorata a Bettino Craxi, presidente del consiglio da poco nominato: “Le chiedo di far sì che gli organi di polizia giudiziaria vengano messi nella condizione di far luce sui rapporti che il latitante Bellini Paolo ha intrattenuto con noti estremisti della destra eversiva e stagisti rifugiati in America Latina”. Pochi mesi prima il Cesis aveva comunicato alla magistratura bolognese l’esito negativo delle ricerche informative. Eppure “il Bellini per sua stessa ammissione – scriveva il giudice Luzza – ha incontrato in Brasile, in Paraguay e in Bolivia diversi esponenti della destra eversiva”. Possibile che il Sismi non si sia mai accorto di nulla?

Bloccate quel giudice”

La risposta dei servizi militari non si fa attendere. Il primo ottobre 1983 l’allora direttore del Sismi Ninetto Lugaresi invia una dura nota al Cesis, ma di fatto indirizzata allo stesso Craxi: “Il Sismi non è tenuto a svolgere alcuna azione informativa in direzione di eventuali fuoriusciti (ovvero terroristi latitanti, ndr)”. Per i servizi questi non erano ritenuti un pericolo per “la sicurezza militare dello Stato”. La lettera, stizzita nei toni, conclude con una indicazione precisa: “valutare l’opportunità di promuovere al riguardo (ovvero in relazione alla richiesta di aiuto del giudice Luzza, ndr) un intervento presso il Consiglio superiore della magistratura”. Due anni dopo i vertici del Sismi che avevano preceduto Lugaresi verranno indagati e, nel caso di Belmonte, Musumeci e Pazienza, condannati per depistaggio.

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