Casapound, il processo per invasione Rai riparte da zero

Simone Di Stefano si era presentato in aula, pronto per deporre. Immancabile jeans marchio Pivert, era seguito passo passo dall’avvocato storico del movimento di estrema destra Domenico Di Tullio. “Ero venuto qui per spiegare tutto”, ha raccontato sorridendo ai cronisti nei corridoi del Tribunale di Roma, a udienza conclusa. Sa che il processo più difficile per il suo movimento per un po’ di anni rimarrà nel limbo giudizario. L’imputazione che grava su di lui – e su altri 11 militanti e dirigenti di Casapound – è pesante. E’ accusato di aver minacciato i giornalisti della redazione di Chi l’ha visto, invadendo la sede Rai di via Teulada il 4 novembre 2008. Fatti avvenuti più di undici anni fa. Il processo era iniziato lo scorso settembre con un ritardo decisamente anomalo, dopo essere rimasto chiuso negli archivi di piazzale Clodio per dieci anni. Ed ora deve ripartire da zero. Il giudice Elvira Tamburelli ha rimesso gli atti alla Procura di Roma, accogliendo l’istanza della difesa: quel processo non poteva arrivare ad un giudice monocratico, con citazione diretta. Vista la gravità dei reati contestati – che prevedono una pena fino a 15 anni di reclusione – del caso se ne deve occupare un collegio di tre magistrati, dopo la ripetizione della richiesta di rinvio a giudizio. Tutto azzerato, un errore formale che riporta la pedina indietro.

L’azione di Casapound era stata ricostruita dalla Digos di Roma, con una informativa presentata in Procura il giorno dopo l’azione: “Un gruppo composto da circa 40 persone, abbigliati perlopiù con giubbotti e felpe scure, jeans e caschi da motociclista tipo ‘jet’, si è abusivamente introdotto all’interno della sede Rai di via Teulada 66”, raccontano gli investigatori. Era passata da poco la mezzanotte e i quaranta saltano i tornelli dell’ingresso, ripresi dalle telecamere di sorveglianza. I vigilantes possono fare poco: “Non ce l’abbiamo con voi ma con il programma Chi l’ha visto”, spiegano i militanti di Casapound. Esaminando le immagini dei video a circuito chiuso la Digos riesce ad identificare 12 persone: Gianluca Iannone, presidente di Casapound e leader del gruppo ZetaZeroAlfa; Francesco Polacchi, in prima fila a capo del Blocco studentesco durante gli scontri di piazza Navona ed oggi ai vertici delle imprese vicine al movimento di estrema destra, le edizioni Altaforte e la casa di moda Pivert; Andrea Antonini, altro dirigente storico di Casapound; Mauro Antonini, che lo scorso anno ha guidato le manifestazioni contro i Rom a Torre Maura a Roma; Alberto Palladino, condannato negli anni scorsi per un’aggressione a militanti del Pd; Simone Di Stefano, Noah Mancini, Alessio Bernardini, Nicola Follo, Carlomanno Adinolfi – figlio di Gabriele, latitante per anni in Francia, uno dei fondatori di Terza posizione – e Antonio D’Errico.

Il pubblico ministero Pietro Saviotti riesce a chiudere l’inchiesta nel giro di pochi mesi. Nel novembre del 2010, a due anni dai fatti, la Procura chiede il rinvio a giudizio. Il Gip, però, decide di procedere con la citazione diretta in giudizio davanti al giudice monocratico. Sarà l’errore che dieci anni dopo annullerà tutto.

All’inizio del 2012 il pm romano a capo del pool antiterrorismo muore stroncato da un infarto. Sui social il leader di Casapound Gianluca Iannone – uno degli imputati per l’assalto alla Rai – pubblica un post infame: “Il 2012 si apre con prospettive interessanti… Evviva”. Quando scoppia il caso rimuove quella frase, ma non rinnega nulla del contenuto: “Ho un’idea personale particolarmente critica del magistrato defunto che in tante occasioni ha attaccato CasaPound, dall’iscrizione nel registro degli indagati per i ragazzi del Blocco Studentesco che erano parte lesa per gli scontri di piazza Navona all’arresto immotivato di Alberto Palladino con modalità ‘sovietiche’”, dichiara nei giorni successivi. 

Il processo nel frattempo sparisce, nei meandri di Piazzale Clodio. Sembra volatilizzato nel nulla. Nel maggio del 2019 il Fatto quotidiano riprende la storia dell’assalto alla Rai, la Procura si riattiva per chiedere la fissazione della prima udienza davanti al giudice monocratico. Tutto sembrava, finalmente, avviato. Nulla di fatto. Si riparte dalla richiesta di rinvio a giudizio già depositata dieci anni fa, quando il pubblico ministero insultato da morto dai fascisti del nuovo millennio aveva chiuso il caso. 

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